Cappadocia in moto: l’epopea

Prima della partenza

Ogni viaggio comincia prima della partenza. Il quando, il dove, il come…

Per tutta la mia vita ho passato parte dell’estate (e tutti i miei compleanni) in Grecia, nella regione del Pilio. La direzione era quindi già decisa (ed anche il mezzo), ma rimaneva da scegliere dove andare una volta finito il mio periodo di deambulazione in quella che considero la mia seconda casa.

I progetti che mi sono balenati in mente sono stati diversi, ma alla fine ho optato per arrivare fino in Cappadocia.

La moto è la mia Yamaha XT660 X, di quindici anni, che comincia ad avere qualche problema di troppo. Per i vuoti durante l’erogazione, che il meccanico non si riesce a spiegare, ormai ci ho fatto l’abitudine. Il display è ormai illeggibile, rendendo impossibile capire la velocità ed i chilometri percorsi. Prima di partire faccio fare un tagliando, spurgando i freni che erano diventati difficilmente gestibili e sistemando la forcella, con la speranza di risolvere un problema di maneggevolezza che rende lo sterzo scattoso. Purtroppo, a qualche giorno dalla partenza la moto torna ad essere difficile da manovrare alle basse velocità, ma decido di rischiarla comunque.

A questi problemi se ne aggiunge un altro: dopo aver svitato e riavvitato il tappo del radiatore per controllare il livello del liquido, comincio ad avere delle perdite appena la moto si scalda. Fortunatamente, stringendo le alette del tappo con una pinza riesco a risolvere il problema.

Decido quindi di partire Lunedì 1 Agosto, in modo da avere abbastanza tempo per raggiungere il Pilio per il mio compleanno (il 9) facendo delle tappe lungo i Balcani.

Lunedì 1 Agosto: la partenza

Lunedì 1 Agosto alle 5:15 di mattina sono in strada. L’ansia è a livelli alti: non sono sicuro di riuscire a completare il mio viaggio, ma mi ripeto che l’importante è cercare di arrivare nel Pilio, poi si vedrà. Il mio disturbo ossessivo compulsivo mi ripete che se dovessi saltare uno dei miei compleanni in Grecia, poi me ne pentirei a vita.

Ho abbastanza tempo per raggiungere la Grecia, ma non avendo altro da fare se non guidare, il primo giorno macino 800 chilometri: autostrada fino a Trieste, poi solo strade secondarie. Passo l’ex frontiera con la Slovenia e, seguendo una strada di montagna, arrivo alla frontiera croata. Ho solo una macchina davanti e in qualche minuto sono libero di proseguire. Tuttavia, si presenta uno dei problemi che mi preoccuperà per tutta la durata del viaggio: la disponibilità di carburante. Avendo una riserva di una cinquantina di chilometri e non avendo alcun indicatore del livello di carburante se non la spia della riserva, trovarsi su strade di montagna con la necessità di fare rifornimento diventa abbastanza preoccupante. Negli ultimi viaggi avevo risolto azzerando il contachilometri parziale in modo da tenere sott’occhio i chilometri fatti dall’ultimo pieno, ma con il display illeggibile ho deciso di affidarmi al navigatore sul telefono. La cosa tuttavia non è sempre molto precisa e mi trovo con la moto in riserva in mezzo al nulla.

Grazie a Maps vedo che c’è un distributore a diversi chilometri di distanza e, fortunatamente, lo raggiungo senza problemi.

Come prevedevo, gli impegni lavorativi mi seguono anche in viaggio. Un cliente mi cerca e decido di testare i miei nuovi auricolari da casco chiamandolo mentre guido sulle strade croate per raggiungere il confine con la Bosnia. Poco prima della frontiera mi fermo in un ex aeroporto militare dove visito un bunker costruito all’interno della montagna. I controlli doganali procedono senza problemi e mi ritrovo in Bosnia.

La base aerea di Željava
La base aerea di Željava

Continuo a guidare e verso sera arrivo a Sarajevo, dopo 800 chilometri e 14 ore di viaggio.

Il campeggio che avevo adocchiato sui colli (uno spiazzo con pochissimi posti) è pieno, e mi suggeriscono di provare li accanto, in una casa con giardino adibito a campeggio. Fortunatamente il proprietario mi dice che posso piantare la tenda nello spiazzo dietro la casa. E’ un posto che lascia molto a desiderare, ma almeno posso riposarmi per un paio di notti.

La sera faccio amicizia con gli altri campeggiatori seduti alla tavolata della zona comune, difendendomi bene in un gioco in cui bisogna indovinare città, nazioni e destinazioni varie partendo da degli indizi. Mangio un panino portatomi da casa bevendomi una birra.

Martedì 2 Agosto: Sarajevo

La mattina seguente parto a piedi per andare a visitare Sarajevo. L’andata è gestibile, una ventina di minuti scendendo dal colle. Faccio un pezzo di strada con un ragazzo che ha perso una gamba (e la famiglia) a causa della guerra e che mi indica la direzione. Giro per Sarajevo visitando quei pochi punti che mi ero annotato e mi fermo a mangiare in un posticino vegano. Dopodiché mi concedo un caffè bosniaco vicino alla zona del Bazar. Torno poi verso il campeggio: la salita è interminabile, è pomeriggio ed il sole picchia. Arrivo sfinito, mi faccio una doccia e mi metto a lavorare per risolvere alcuni problemi legati ad un software di un cliente. La sera chiacchiero con una coppia di tedeschi che mi offre una pasta al pomodoro e facciamo amicizia. Rimaniamo tutta la sera a parlare di viaggi e ci scambiamo i contatti.

Giovedì 4 Agosto: Podgorica

Parto la mattina ed attraverso il confine per entrare in Montenegro. La frontiera ad Hum è qualcosa di spettacolare: tra le due dogane occorre attraversare un ponte con assi di legno largo poco più di un’auto, sospeso a decine di metri sull’acqua. I controlli per chi è in moto sono rapidi, ed arrivo all’ostello a Podgorica nel pomeriggio. Mi metto a lavorare un po’, poi esco per una passeggiata, girovagando per la città. Mangio in un ristorante vegan salutista ed al mio rientro mi metto ancora a risolvere problemi lavorativi, prima di uscire per una birra veloce in un pub lì vicino.

Montenegro in moto
Il Montenegro ha i più bei paesaggi naturali che abbia mai visto

Venerdì 5 Agosto: arrivo nel Pilio

Entro in Albania e procedo verso il confine con la Grecia. La mia assicurazione stradale non copre l’Albania ed io mi dimentico di fermarmi a comprare una polizza, quindi guido con il terrore di fare qualche incidente o di venir fermato dalla polizia stradale, numerossisima. Il traffico sulle strade albanesi è terribile, con colonne improvvise di chilometri.

A 7 km dal confine con la Grecia vedo una pattuglia, ed uno dei poliziotti agita la paletta. Mi fermo pronto al peggio, e lui mi fa: “Cosa c’è?”. Rispondo: “Non mi hai fermato?” e lui: “Ah no, mi stavo grattando la gamba con la paletta!”. Io rido, lui ride, il suo collega ride, mi dicono di proseguire pure.

In coda alla frontiera, per entrare in Grecia, un tipo con macchina targata Italia attacca bottone. Gli chiedo di dove sia, e mi risponde: “No no, io sono Albanese, ma sono 26 anni che abito a Vicensa (si, con la “s”). Chiacchieriamo un po’ attendendo l’entrata.

Nonostante il mio “Mai più così tanta strada”, appena entrato in Grecia mi sento rinato, e continuo a guidare tra autostrade e strade di montagna arrivando nel Pilio all’imbrunire, dopo 12 ore di viaggio e più di 600km.

Mi siedo al mio ristorante preferito, dove saluto man mano le persone che incontro e mangio qualcosa assieme ad un mio amico. Rimando sorpreso quando, chiedendo al nuovo cameriere qualcosa di vegano, mi suggerisce un piatto. Per anni ho dovuto spiegare, ogni volta, cosa significasse. Come per quasi tutte le volte, non mi fanno pagare: alcune cose offerte da chi si siede con me, altre dai proprietari.

E’ troppo tardi per andare a piantare la tenda o comunque entrare nel terreno dei miei amici, così guido fino ad una zona vicino ad un monastero e dormo, per la prima notte, sulla mia nuova amaca.

Sabato 6 Agosto: Domenica 15 Agosto: soggiorno nel Pilio

I miei giorni nel Pilio trascorrono più o meno come ogni anno. Mi accampo in un ex campeggio che ora è una casa con un enorme “giardino” che arriva fino al mare. Questa volta dormirò ogni notte (eccetto una) sull’amaca, tirata tra due olivi. Maria, la proprietaria, vedendomi stanco per il viaggio e per impegni di lavoro continui (mi ritrovo a dover risolvere problemi in diverse occasioni) mi fa un rito per scacciare il malocchio, facendomi bere da una tazzina con acqua ed olio. Durante il mio soggiorno rivedo vecchi amici, mi presento ufficialmente a persone del posto che prima conoscevo solo di vista, e per qualche giorno riesco a rilassarmi mangiando cibo preparato da Maria e dai vicini. Faccio lunghe chiacchierate in Greco con Ioannis, marito di Maria, e la mia pigrizia è tale da non avere la voglia di andare in altre spiagge. Per qualche giorno guido la moto che ho lasciato giù lì (un’altra Yamaha XT, ma dell’85) e vado a qualche evento serale, tra cui la festa di Ferragosto dove ballo con la gente del luogo.

Pilio
Il mio alloggio nel Pilio

Martedì 16 Agosto: Calcidica

Dopo una decina di giorni mi rimetto in strada per raggiungere Sithonia in Calcidica dove mi aspettano Michela e Vittorio, proprietari del Bar Smeraldo a Vicenza. Essendo venuti a conoscenza della nostra passione comune per la Grecia, mi hanno invitato da loro. Passerò con loro due notti, dormendo finalmente su un letto. Il giorno seguente al mio arrivo andiamo un po’ in spiaggia, facciamo dei giri in auto e la sera andiamo a mangiare in un ristorante dove hanno (casualmente) opzioni vegane. Diciamo due parole in Greco alla cameriera, e lei comincia a spiegarci il menu nella sua lingua. La interrompo, dicendole che lo parliamo poco, e per diverse volte mi ripete che era convinta fossimo Greci data la buona pronuncia.

Giovedì 18 Agosto: Turchia

Riparto dalla Calcidica diretto al confine turco. La moto nel frattempo è diventata più difficile da guidare (lo sterzo scatta) e non riesce a tenere il carica il telefono, che uso come navigatore. Questa cosa è un impedimento non da poco ma non ho molta scelta e proseguo. Mi fermo ad Alessandroupouli, in un ristorante vegano, e faccio amicizia con il gestore. Una volta entrato in Turchia procedo in direzione di Troia, sapendo che dovrò fare un’assicurazione stradale ed anche una SIM. Visito Troia e mi rimetto in strada, per ritrovarmi nella notte a cercare un posto dove dormire. Alla fine, trovo un cantiere di una strada in costruzione, tiro un telo dalla moto a terra e mi ci metto sotto per dormire. Mi sveglierò decine di volte per il vento, il freddo, le zanzare, rumori vari ed, in ultima, il Muezzin che alle 6 parte con la sua cantilena. Sono molto sfiduciato per il resto del viaggio.

Il mio alloggio per la prima notte in Turchia

Venerdì 19 Agosto: Efeso e Pamukkale

Proseguo il mio viaggio verso sud, in direzione di Efeso, dove riesco a comprare una SIM turca con 20GB di dati. Per l’assicurazione niente da fare. Durante il mio soggiorno in Turchia troverò 4 o 5 posti di blocco, e verrò fermato ad ognuno di essi. Però, appena capito che sono un turista, mi lasceranno andare senza controlli.

Ad Efeso visito le antiche rovine, e sono qualcosa di eccezionale. La città era veramente grande e popolata al tempo, e farebbe impallidire le altre rovine Greche. Visito anche la casa della Vergine Maria, suggeritami dal venditore della SIM, e capisco di aver essenzialmente perso tempo e soldi.

Nel pomeriggio mi dirigo verso Pamukkale, dove ho prenotato un ostello. Visito le vasche di roccia bianca con acqua termale, circondato da una bolgia di turisti, e poi mi concedo un bagno nella piscina termale dell’ostello, prima di mangiare qualcosa ed andare a letto.

Sabato 20 Agosto: Cappadocia

Guido ancora fino a raggiungere la Cappadocia, ma prima mi fermo a visitare la città sotterranea di Derinkuyu: 8 piani che sendono fino a 50 metri, ma solo i primi 2 sono aperti al pubblico. Si dice che ci vivessero 10.000 cristiani, al riparo dalle minacce esterne. Al mio arrivo, un venditore di tappeti ed antichità mi fa segno di parcheggiare la moto davanti al suo Bazar, e dopo la mia visita mi invita a bere un tè con lui. Ovviamente mi mostra la sua mercanzia, tra cui un anello “autentico” sul quale riconosco l’effige: è il volto di Marco Aurelio. Sarei quasi tentato di comprarlo ma so bene che sarebbe solo un altro oggetto girovagante per casa.

La moto parcheggiata di fronte al Bazar

Arrivo all’ostello a Goreme, in Cappadocia, e rimango un po’ deluso: non c’è una cucina, un frigo per gli ospiti, né una zona comune. Capisco che il mio soggiorno sarà meno confortevole di quello che pensavo, e comincia a salirmi la voglia di tornare a casa. Il proprietario, almeno, è molto simpatico e disponibile. La sera mangio una pizza senza formaggio in un locale lì vicino, ed il giorno dopo visito alcune delle valli, dopo aver guardato le mongolfiere in volo dalla terrazza dell’ostello. I paesaggi sono veramente emozionanti, ma è chiaro che la cittadina di Goreme è diventata un’attrazione turistica non da poco. Tra l’altro stanno rifacendo le strade e per la maggior parte del tempo devo guidare sullo sterrato, tra pozzangere o su strade con sanpietrini giganti.

La sera vado in un punto panoramico e mi bevo una birra. Attacco bottone con una ragazza, che lavora lì: durante l’anno studia vicino ad Istanbul ed è praticamente l’unica persona turca che parla un buon inglese. Quel poco inglese che sentirò in Turchia avrà una pronuncia del tutto sbagliata (esempio “Wash” per dire “Watch”).

Nel frattempo decido di anticipare il mio rientro di un giorno, così la mattina dopo riparto.

Cappadocia in moto
In moto in Cappadocia!

Lunedì 22 Agosto: verso la Bulgaria

Parto la mattina di buon’ora, e mi fermo a Tuz Golu, lago salato, dove in estate è possibile camminare poiché è in secca. E’ un paesaggio molto interessante e particolare: una distesa bianca piatta. Riparto in direzione della Bulgaria, ed arrivo alla frontiera, affollatissima. Passo i controlli turchi e mi metto in attesa per quelli Bulgari.

Mentre sono lì in coda a chiacchierare con un ragazzo turco, cominciano i problemi: ho lasciato il cellulare a caricarsi con la moto spenta (per una quindicina di minuti) e quando provo ad accendere il motore, la moto non parte. Probabilmente è la batteria andata, e dopo un po’ di tempo la moto riparte. Supero un po’ di macchine, lascio la moto accesa per ricaricare la batteria, ma accelerando mi si spegne (è un problema che ha da un po’ di tempo). Da quel momento non riuscirò più a farla ripartire, nemmeno a spinta (chiedo ad alcuni automobilisti una mano ma niente da fare).

Così, passo i controlli spingendo la moto, e decido di passare l’ultimo checkpoint e di spingere la moto per un po’, vedendo se ci sia un posto tranquillo dove fermarmi. Ormai è tardi, è buio, e le officine sono chiuse.

La strada all’uscita dagli ultimi controlli è praticamente un raccordo autostradale, a due corsie, senza illuminazione. Più avanti la strada sale, e capisco che non riuscirò mai a spingere la moto più avanti. Trovo uno spiazzo tra le due carreggiate, lascio lì la moto, e mi dirigo verso i controlli doganali per chiedere aiuto.

Nessuno parla un inglese decente, ma il doganiere chiama un suo amico che, dopo aver ipotizzato di portarmi una batteria, mi suggerisce invece di andare in un parcheggio di camion lì più avanti a chiedere aiuto, dicendomi che li avviserà. Mi spiegano la direzione, così mi incammino percorrendo la strada tra il guardrail ed un fossato, arrivando ad un passaggio ottenuto con un paio di bancali, e mi ritrovo in quello che ben presto capisco essere un rifugio di profughi. E’ tutto buio, ci sono attività abbandonate con gente accampata li. Chiedo in giro per i cavi ma nessuno sa dirmi niente, neppure se esista un modo per farmi venire a prendere la moto. In ogni caso, anche avendo dei cavi, immagino non ci sarebbe modo di fermare un’auto lì, all’ingresso di una frontiera, per farmi collegare la batteria.

Ritorno alla frontiera, e spiego al doganiere che non ho trovato nessuno. Mi dice di portare la moto al di là del guardrail, e di portarla al di la del fossato sul passaggio di legno. Torno alla moto, e per comodità la spingo fino alla frontiera e da lì la sposto al di là del guardrail. La spingo fino al guado e capisco che non c’è verso di portarla dall’altra parte: non c’è spazio per girarla (tra guardrail e fosso c’è poco più di un metro) ed il bancale che fa da ponte ha comunque uno scalino prima.

Qui è dove sarei dovuto passare secondo il doganiere…

Torno dal doganiere, gli spiego il tutto, e lui mi accompagna al guado. Per un minuto prova a capire la situazione, poi mi dice che deve fare una chiamata e tornerà subito. Nel frattempo comincia a diluviare. In due minuti sono bombo, e decido di mettermi antipioggia e casco. Aspetto il doganiere che non arriva, così torno a cercarlo. Tramite Google Translate mi dice che non sa proprio come farmi attraversare, e che dovrei chiudere la moto ed andare a piedi al parcheggio dei camion, dove chiedere dei cavi o dormire lì, aspettando la mattina per chiamare un soccorso stradale. Mi faccio spiegare bene, con Google Maps, dove sia il parcheggio (saranno 500 metri più avanti), e sotto il diluvio mi incammino.

Arrivo alla reception del parcheggio, dove due persone stanno mettendo dei teli alle finestre perché piove dentro. Mi dicono che posso andare al bar del parcheggio, lì a due metri, e dormire. Arrivo al bar, e mi dicono che posso andare ai bagni, dove c’è una panchina sotto alla tettoia. Arrivo ai bagni, e mi siedo sulla panchina. Ho freddo, sono bagnato fradicio, non ho cibo e scopro di avere il libretto della moto inzuppato.

Il livello di sconforto è alto: nessuno parla inglese, nessuno sembra volermi aiutare, nessuno sa dirmi se si possa chiamare un carro attrezzi od un furgone. Anche ripartendo, ho paura che il libretto della moto venga rifiutato alle frontiere. Comincio a pensare all’eventualità di lasciare lì la moto e tornare a casa in aereo.

Nel frattempo smette di piovere, e decido che è meglio spostare la moto dal passaggio del campo profughi, così mi incammino nuovamente, spingo la moto in salita fino alla fine del guardrail, mentre il sentiero è un fiume d’acqua, la giro nel buio della carreggiata, e la spingo fino alla frontiera. Lì, la lascio sopra al piccolo marciapiede prima della sbarra di accesso. Penso che se me la portassero via mi farebbero un favore.

Prendo lo zaino con le cose più importanti, e decido di non prendere altro dato il peso, e ritorno al parcheggio. Mentre sono ai bagni chiacchiero con la donna delle pulizie che mi offre un caffè, e con diversi camionisti che passano. Quasi tutti mi dicono che probabilmente non esiste un servizio di recupero moto. Ad un certo punto mi suggeriscono di farmi portare al parcheggio più grande, lì vicino, nel cui ristorante posso sicuramente buttarmi a dormire sui divanetti. Così, monto sul furgone del servizio del parcheggio e mi faccio portare di là.

Passo la notte buttato sui divanetti, bagnato, con la televisione che spara musica commerciale Greca, Bulgara, Italiana. Piano piano arriva mattina, e so che devo aspettare le 8 prima che alcune officine trovate su Maps riaprano.

Non sapendo cosa fare nel frattempo, mi incammino verso il parcheggio piccolo, e chiedo una mano. Su Maps trovo un’officina aperta 24/24, così la faccio chiamare da un dipendente del parcheggio, ma nessuno risponde. Mi porta quindi con lui nuovamente al parcheggio grande, dove chiede ad altri suoi colleghi e poi mi lascia li, nuovamente da solo, dicendomi di aspettare e richiamare più tardi.

Riparto nuovamente alla volta della frontiera, dove ritrovo il doganiere della notte che da lontano mi saluta sorridendo, va verso il parcheggio dentro la frontiera e… se ne va. Beh, grazie… Vorrei spaccargli la faccia…

Parlo con i “nuovi” doganieri, tra cui una ragazza che parla un po’ di inglese. Spiego il problema, ed il loro atteggiamento è del tipo “Mah, non credo si possa fare niente”. Fanno una chiamata e dicono “No, niente”. Sono arrabbiato, preoccupato, frustrato. Spiego chiaramente che mi serve che qualcuno arrivi con un furgone, carichi la moto e porti lei e me in un’officina. Fanno un’altra chiamata e mi dicono che in un’ora arriverà il soccorso stradale. Così mi metto ad aspettare.

Dopo una quarantina di muniti, si avvicina un ragazzo che aveva assistito alla scena e mi chiede cosa non va. Gli spiego che ho la moto rotta, probabilmente per la batteria, e lui mi fa entrare nel parcheggio all’interno della dogana, dove colleghiamo dei cavi all’auto di un suo amico e facciamo ripartire la moto!

Non mi fido a guidarla, perché potrebbe morire e mi ritroverei punto e a capo. Così, fa un bel po’ di chiamate, misura la batteria, fa foto, e fa arrivare suo padre lì, con una batteria nuova. Il padre ne sa, e controlla che il guasto non sia all’alternatore e, scongiurato questo pericolo, montiamo la batteria (che non è propriamente della misura corretta, quindi la procedura è un po’ ostica). La moto riparte! Pago la batteria ed il disturbo e, ormai a mezzogiorno, mi rimetto in strada, girandomi in frontiera, salutando i doganieri, e ringraziandoli.

Dopo 12 ore di attesa, forse vediamo la luce…

Continuo a guidare, ed arrivo al confine con la Serbia. La fila è interminabile, e supero tutte le auto. Non mi chiedono il libretto della moto ed entro diretto a Nis, dove prenoto un ostello e decido di riposarmi, concedendomi una visita della città ed un buon vegan burger con tanto di birra.

Mercoledì 24 Agosto: verso casa

Il giorno seguente riparto, guido per più di 1000 km, prendo freddo, pioggia, ma l’unica cosa che voglio fare è arrivare a casa. Sono stanco, fisicamente e mentalmente. Continuo a guidare, fermandomi solo per la benzina e per i controlli doganali (dove va tutto liscio), e la sera alle 9 arrivo a Vicenza.

Questo l’itinerario del viaggio:

Italia - Turchia in moto
L’itinerario di viaggio

Per foto di questa ed altre avventure, seguitemi sul mio account Instagram.

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